Non è un libro per educande. O forse dovrebbe esserlo, perché quello che sorprende del romanzo di Nicola Gardini, intitolato Daddy (Mondadori, 2026) e recentemente candidato al Premio Strega, è la superba concentrazione di elementi pedagogici, sia nei contenuti che nei temi narrativi. Lo scrivo fin da subito: il pubblico e la maggior parte dei critici letterari italiani non sono pronti a un’opera come Daddy, perché il bigottismo diffuso dalle Alpi a Capo Passero innesca all’istante quelle difese di chiusura e pregiudizio innanzi alla scabrosità di certe scene o all’esplorazione di certi argomenti quali l’erotismo omosessuale. La censura italica, adducendo ipocrite ragioni mascherate da pudore, ha sempre fatto fatica a parlare apertamente dei legami erotico-culturali tra erṑmenoi ed erastài, persino nei programmi scolastici dei liceali, così come ha sempre discriminato con maniacale attenzione i versi di Catullo che andavano presentati da quelli che andavano nascosti e dimenticati.
Sarà un caso che i maggiori grecisti e studiosi di lettere antiche siano stati germanici e britannici (un nome a caso, Kenneth Dover)? Sarà un caso che la psicoanalisi sia nata nel momento in cui Freud è riuscito a dare una lettura lucida dei tabù infranti nella tragedia greca senza farsi influenzare dal giudizio morale? Sarà forse anche un caso che questo romanzo, Daddy, sia stato scritto da un autore che insegna nelle aule universitarie di Oxford e frequenta ambienti intellettualmente meno stantii?
La complessità del genere
Procediamo con ordine, e cerchiamo di vedere perché il romanzo di Gardini è un libro complesso, non tanto nella trama, quanto nelle tematiche che affronta e nel genere letterario in cui si inserisce. E partiamo proprio da quest’ultimo aspetto.Daddy è un romanzo erotico, perché contiene scene esplicite di sesso descritte con dovizia di particolari. È anche un romanzo queer, o meglio ancora camp, perché dell’omosessualità affronta l’estetica dell’esagerazione, della teatralità e della sensibilità. A queste due etichette si può aggiungere tranquillamente quella dell’autofiction (tanto di moda oggi) o addirittura quella dell’autobiografia, in quanto una modesta nota a piè di pagina lo dichiara inequivocabilmente. Ci sono poi diversi elementi a supporto di questa categorizzazione, come l’uso della prima persona nella narrazione e altri particolari coerenti con ciò che si conosce riguardo alla biografia dell’autore, in linea con l’ambientazione del romanzo tra Milano e Oxford.
Le continue analessi dedicate all’infanzia del protagonista fanno di questo libro anche un romanzo di formazione a tutti gli effetti, perché ripercorrono le tappe più importanti della storia del narratore e spiegano, per certi aspetti, molti sviluppi della sua storia personale. La conflittualità con la figura del proprio genitore, là dove il padre e il daddy occupano due ruoli in irriducibile opposizione, fa sì che questo sia anche un romanzo psicologico, in quanto la relazione paterna, con tutti i suoi dolorosi conflitti, è approfondita e studiata da una prospettiva a dir poco psicoanalitica. E che dire, infine, della dimensione etnografica della storia? Sì, Nicola Gardini ha certamente attivato delle tecniche di osservazione e narrazione della realtà culturale che lo circonda, facendosi osservatore partecipante, come un attento ricercatore accademico che registra le dinamiche sociali nelle quali i soggetti si attualizzano, interagiscono e sviluppano la propria personalità. Dunque Daddy è anche un romanzo etnografico, perché racconta dall’interno e da un osservatorio privilegiato le vicissitudini di personaggi reali e le loro interazioni simboliche.
I temi narrativi in Daddy
Fatta questa premessa di categorizzazione del genere letterario, vediamo perché Daddy è un libro che si presenta in una miriade di complesse sfaccettature a livello più profondo.
Anzitutto, il tema del lutto viene esplorato in una modalità intima e struggente: intima, perché si rapporta allo spettro di una persona defunta che si fa paradossalmente più presente nell’assenza, e struggente perché moltiplica la sensazione di perdita nel confronto con i gesti e gli incontri attuali. Quel corpo, una volta amato nella malattia (altro tema caro a Gardini) ma composto nell’interezza e vivo in quanto intero, finisce per disgregarsi nell’esibizione anatomica e dissezionata delle foto perfette ma vuote, e dunque morte, che compariranno più tardi sui profili social prediletti dalla comunità gay come Grindr.
L’iniziale rifiuto della corporeità a favore di una “reciprocità ipnotica” superiore anche al sesso mi ha fatto pensare a un celebre personaggio venuto fuori dalla penna di Milan Kundera in L’insostenibile leggerezza dell’essere, nel quale Tomáš trovava il dormire insieme più intimo del coito, e per questo si rifiuta di trascorrere tutta la notte con l’amante di turno pur di non compromettersi sentimentalmente: la “recicprocità ipnotica” è difatti lo stato di armonia e unione profonda tra due anime mentre hypnos, dio del sonno, ne avvolge i corpi vicini per tutta la notte.
Una sensualità cruda ma reale
Da questa alta spiritualità si passa a una sensualità spiccata e terrena, sprovvista di qualunque filtro. Ancora una volta, mi sovviene Kundera, che, citando Apollinaire, nel suo romanzo La lentezza elogia l’orifizio anale come luogo più intimo del corpo e della nudità. Il romanzo di Gardini non edulcora, non idealizza, non addolcisce a suon di metafore, ma rende la cruda sensualità con una schiettezza che non tutti sapranno apprezzare. E mentre il protagonista scivola in una lussuriosa e generosa “oblatività psicosessuale” a favore del proprio amante, nel contorno della storia si cominciano a delineare delle situazioni di comunicazione tipiche dei social, nelle quali le notifiche diventano delle “ulissiache sirene” a cui dare seguito compulsivamente, mentre la dipendenza da schermo cede a volte il passo alla depressione da ghosting
Il daddy come moderno erastès
Sempre nell’ambito dell’esplorazione etnografica di cui si accennava poc’anzi, il Gardini romanziere non smette del tutto i panni dell’accademico e tenta di spiegare, come anche promesso nella prefazione, cosa sia veramente un Daddy, figura moderna che implica una relazione con un uomo molto più giovane – per i più eruditi, calco archetipico del classico amore paidico, solo che oggi è reinventato in chiave tecnologica, dove giocano un ruolo cruciale le app di incontri e l’egemonia dell’immagine rispetto a quella del sapere.
Il daddy e il cucciolo, sua controparte, si trovano con estrema facilità ricercandosi sui magici schermi degli smartphone che tengono in tasca. Gli incontri, fuggitivi, occasionali o reiterati, si consumano con una facilità disarmante.
A fare da contraltare ai numerosi incontri fisici, però, c’è la rincorsa spasmodica alla conversazione, così impalpabile ed eterea: scambi interminabili di messaggi nelle chat, allusioni, richieste, condivisioni di foto e di desideri impronunciabili. Avviene allora in modo naturale che l’intellettuale daddy protagonista si imbatta in frasi sgrammaticate, in anacoluti involontari, in ambiguità generate più dalla povertà linguistica del giovane interlocutore che dalle sue capacità poetiche. Ma forse anche questo ricalca le dinamiche dell’amore greco all’interno di una coppia di uomini, là dove il più giovane ha il ruolo di discente e deve ancora imparare molte cose dal suo mentore.
Il dilemma tra soma e sema
Linguaggio prende allora i connotati del potere, che non si esprime più solo attraverso il dominio del corpo e l’esercizio ginnico delle passioni. Avviene come una rimappatura del comando e dell’obbedienza sotto una luce semantica, le parole diventano enigma e strumento di persuasione, e proiettanno la scommessa interpretativa fino ad arrivare a una semiotica del corpo (soma), i cui segni (sema) vengono letti in un faticoso dualismo tra espressione e contenuto, tra pornografia superficiale (sema) e profondità immateriale (soma).
Il protagonista si innamora del soma, e in certi rari casi riesce a carpirne la splendida scintilla durante l’amplesso, che non è dunque solo carnale, ma la maggior parte degli amanti vuole mostrare solo il sema, un po’ per narcisismo, un po’ per timore di un coinvolgimento sentimentale troppo profondo che potrebbe arrecare pene e sofferenze. Da ciò ne deriva che il dramma vissuto dal protagonista è il ritrovarsi ingabbiato nel sema altrui, e come ci spiega l’autore stesso, in greco antico sema non significa solo “segno” ma anche “tomba”. Ecco che il lutto si adombra nuovamente nella ricerca dell’essenza di un corpo ritroso a mostrarsi nella sua autenticità: tutto il romanzo è pertanto una ricerca del significato intimo dell’amore che si rende irranggiungibile schermandosi dietro vuote apparenze che si credono perfette.
Il linguaggio come dominio e liberazione
A proposito di linguistica, segni, parole e significati, polemizzando con le femministe e i teorici del gender, Gardini confessa che la grammatica, sebbene eterosessuale e fallocentrica per tradizione, è stata per lui liberatoria. Sappiamo che il codice linguistico predilige il genere maschile, riflettendo nella lingua il dominio che il maschio attualizza sulla donna anche nella società. Eppure, l’aderenza alla regola maschile consente al protagonista di guadagnarsi quel senso di rivalsa nei confronti del padre, il quale non riesce ad adedire a quelle regole maschiliste di sintassi e concordanze che invece vorrebbe padroneggiare. Come dire, la lotta agli stereotipi di genere non si combatte imponendo un genere neutro, del tutto estraneo alla nostra tradizione linguistica e potenzialmente relegato a pura cosmesi, ma lottando nel rispetto delle regole ereditate per cambiare nel profondo i contenuti, i pregiudizi, l’odio per la diversità.L
Giuseppe Raudino
(apparso su The Book Advisor il 21 marzo 2026)

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