Conflitti prolungati come scorie radioattive: Anatomia della battaglia di Giacomo Sartori Conflitti prolungati come scorie radioattive: Anatomia della battaglia di Giacomo Sartori

 Giacomo Sartori ritorna con un romanzo che sembra un colpo di bisturi sul corpo ancora inerte del Novecento. Qualche tempo fa avevamo parlato del suo Fisica delle separazioni; come allora, anche in questo caso Sartori ci regala un titolo che applica il logos della ragione a un fenomeno emotivo: quella volta erano le separazioni, con tutto l’annesso vortice di sentimenti, a essere analizzati come in un manuale di fisica, mentre ora in Anatomia della battaglia, riproposto da TerraRossa a vent’anni dall’edizione Sironi, Sartori disseziona e cataloga le componenti di una forza che scava e lotta sia dal di dentro che dal di fuori.

Anatomia della battaglia racconta la guerra privata di un figlio contro un padre fascista e carismatico, ma finisce per riaprire – pagina dopo pagina – la ferita collettiva di un Paese che non ha mai davvero fatto i conti con le proprie ombre. In 260 pagine secche, scandite da capitoli brevi e salti temporali, Sartori intreccia memoria famigliare, storia politica e analisi sociale con l’ossessiva precisione di chi maneggia la penna come un bisturi.

Una battaglia di corrosiva ironia

Il padre – alpinista, ex repubblichino, malato di un cancro che consuma il corpo ma non lo zelo ideologico – domina la scena. È una figura titanica, scolpita in pose gagliarde e battute trancianti: un reduce eterno che ostenta l’insalata contaminata del proprio orto nei giorni di Chernobyl pur di non piegarsi alla “paura borghese”. Il figlio narratore, gracile e diffidente, gli oppone la militanza nell’estrema sinistra degli anni Settanta, poi un esilio volontario in Africa, quindi la vocazione alla scrittura. Tra i due non c’è dialogo, c’è duello: ogni gesto quotidiano – il modo di fare il bagno, o persino una banana giudicata un alimento per viziati – diventa campo minato.

Sartori dosa magistralmente il ritmo. La struttura è a mosaico: paragrafi lampo, ellissi nervose, flashback che sbalzano dall’infanzia alle rapine proletarie, dal silenzio alpino alle tempeste di sabbia sahariane. Non c’è un solo istante di digressione superflua. Il risultato è un romanzo che si legge come un’inchiesta: se fosse un reportage, sarebbe quegli articoli in cui ai dati si alternano frasi fulminanti, e il lettore procede con la stessa febbre di chi sfoglia un fascicolo segreto. La lingua, asciutta e cesellata, evita il lirismo ma sa vibrare; l’ironia corrosiva rende la materia più incandescente, non più leggera (basti, come caso emblematico, la cupa ironia con cui si racconta dell’amputazione del pene a un personaggio fascista, quando è assodato che nell’attributo sessuale il fascismo identifica verità e virilità).

Due radicalismi opposti, un solo terreno avvelenato

Il vero tema, però, va oltre la psicologia domestica: Anatomia della battaglia mette a nudo la persistenza antropologica del fascismo. Il padre non è solo un nostalgico: è la variante privata di una malattia nazionale, la prova vivente che l’autoritarismo può sopravvivere alla sconfitta e depositarsi nei gesti quotidiani. Il figlio, politicamente a lui opposto, ne replica inconsapevolmente la fame di assoluto negli estremismi rossi e nella violenza di una pistola impugnata con mano tremante. Sartori, agronomo trentino trapiantato a Parigi, osserva questi due radicalismi come piante cresciute nello stesso terreno avvelenato: diversa la chioma, identico il nutrimento.

Da qui nasce la grande forza giornalistica del libro: l’autore non si limita a raccontare l’epica del privato, ma incrocia le sue micro-storie con le coordinate della cronaca nazionale. C’è il riflesso di Chernobyl sui vetri di un Trentino inconsapevole; c’è il terrorismo che sfilaccia amicizie e identità; c’è l’ipocrisia del dopoguerra, con gli ex tesserati che si riciclano democristiani. Intorno, una provincia opulenta quanto muta, dove la borghesia mette la sordina a ogni dissonanza. Il giornalismo narrativo di Sartori è tutto qui: restituisce atmosfera e contesto senza scuole di pensiero posticce.

Un vuoto ideologico, una battaglia senza consolazioni

Sartori evita infatti il pamphlet, ma non l’analisi: la sua disamina passa per simboli concreti. Il deserto africano, dove il narratore si rifugia, diventa metafora del vuoto ideologico che segue l’utopia infranta; la villa cinquecentesca di famiglia, con un bagno senza lavandino e mobili barocchi sbrecciati, è la scenografia di un ceto che finge in splendida forma mentre marcisce. E poi la montagna: l’unico altare condiviso, ma anche la palestra dove il padre misura il coraggio e il figlio la propria insufficienza.

Quanto alla resa emotiva, Anatomia della battaglia colpisce perché non offre consolazioni. Non c’è catarsi, la resa dei conti resta sospesa: l’autore sembra dire che certi conflitti non si chiudono con un abbraccio finale, bensì continuano a ribollire nella memoria – personale e collettiva – come scorie radioattive. È un approccio spietato, ma per questo autentico: il romanzo, in fondo, è l’autopsia di un cadavere ingombrante che nessuno vuole riconoscere.

Giuseppe Raudino

(apparso su Grado Zero il 26 ottobre 2025)


Commenti